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Genio in 21 Giorni: il Costo dell’Analfabetismo Funzionale [Report]

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Genio in 21 giorni fa rapporto su una situazione delicata: il costo l’analfabetismo funzionale. Di cosa si tratta, quali sono i numeri, qual è il costo per le tasche dello Stato italiano.

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Il fenomeno è ormai così tanto diffuso, che il termine è entrato quasi nell’uso comune. Dopo la denuncia di Genio in 21 Giorni sulla crisi di studenti e atenei, oggi parliamo dell’analfabetismo funzionale. I dati, sempre più allarmanti, non hanno ancora portato a misure di contenimento, senza considerare che la mancanza di competenze pesa sul PIL nazionale.

Analfabetismo, analfabetismo funzionale, analfabetismo di ritorno: le differenze

La definizione di analfabetismo funzionale proviene dall’UNESCO, che assimila questo concetto a quello di illetteratismo:

“È un analfabeta funzionale o un illetterato una persona incapace di esercitare tutte le attività per cui è necessaria l’alfabetizzazione nell’interesse del buon funzionamento del gruppo e della comunità di appartenenza ed anche per consentirgli di continuare a leggere, scrivere e far di conto in vista del proprio sviluppo e di quello della propria comunità.”

Semplificando questa definizione, è analfabeta funzionale chi, pur sapendo leggere e scrivere, non comprende a pieno un testo, nel senso che non è in grado di estrapolarvi informazioni

C’è quindi una grande differenza con l’analfabetismo vero e proprio, che descrive la condizione di chi non ha le capacità per leggere e scrivere. 

Più simile, invece, è l’analfabetismo di ritorno, che indica: 

“quella quota di alfabetizzati che, senza l’esercitazione delle competenze alfanumeriche, regredisce perdendo la capacità di utilizzare il linguaggio scritto per formulare e comprendere messaggi.”

Quali sono i sei livelli di alfabetizzazione

Il programma OCSE PISA (Programme for International Student Assessment) riconosce sei livelli di alfabetizzazione:

  1. Analfabetismo funzionale grave: competenza alfabetica molto modesta;
  2. Analfabetismo funzionale non grave: limitato patrimonio di competenze di base (riconoscere l’idea principale in un testo semplice, ma senza capirne la parte dove l’informazione non è evidente);
  3. Competenze sufficienti o appena sufficienti: è possibile analizzare un testo di cui si ha familiarità;
  4. Buone conoscenze per poter analizzare la maggior parte dei testi;
  5. Capacità riflessive ed interpretative tali da rendere possibile analizzare la quasi totalità dei testi, anche alcuni tra quelli complessi;
  6. Conoscenze elevate o molto elevate che permettono di confrontare ed integrare in maniera dettagliata e precisa più informazioni da più testi complessi.

Al di sotto del livello 1 si parla di analfabetismo totale, mentre il raggiungimento del terzo livello è considerato necessario per risultare correttamente inseriti nelle dinamiche sociali, economiche e, di conseguenza, occupazionali.

In una società come quella odierna, in cui si è bombardati da informazioni provenienti da vari e variegati fronti, possedere la capacità di comprendere e di discernere, è quanto mai fondamentale (anche in tema di cybersecurity). 

Genio in 21 Giorni sul costo dell’analfabetismo funzionale: “Ecco i dati in Italia

Ora che abbiamo capito di cosa si sta parlando, cerchiamo di andare più a fondo.

Circa il 90% della popolazione adulta mondiale risulta ormai alfabetizzata e il problema dell’analfabetismo rimane limitato geograficamente ai paesi in via di sviluppo. In Italia tocca appena l’1% della popolazione e, rispetto alla popolazione mondiale, sono 757 milioni le persone in tale condizione. 

Questo cambio di prospettiva, come abbiamo visto sopra, ha reso necessaria la definizione di nuove categorie, che spiegassero meglio i fenomeni inerenti la nostra contemporaneità.

Facendo sempre riferimento ai parametri OCSE, in Italia la percentuale di persone che non raggiungono il terzo livello, si aggira intorno al 46,3% della popolazione. Considerando gli individui tra i 16 e i 65 anni, si tratta di oltre 33 milioni di persone

La media OCSE è di 43,3% e il Bel Paese si colloca al quarto posto di questa triste classifica, dopo Giacarta (69%), Cile (53%) e Turchia (47%). 

“Il fatto che l’Italia sia il paese europeo con la percentuale maggiore di analfabeti funzionali deve spaventarci. Non si può rimanere indifferenti di fronte a tale situazione. Al contrario, bisognerebbe lavorare come una forza congiunta per cercare di arginare il problema”, sottolinea Massimo De Donno, ideatore di Genio in 21 giorni.

massimo de donno genio in 21 giorni denuncia crisi univerità italiane

Secondo il rapporto di Frontiers in Psychology, infatti, in Europa gli analfabeti funzionali sarebbero circa 80 milioni di individui, con una netta distanza tra la percentuale dell’Italia, fanalino di coda, e quella della Norvegia, esempio virtuoso, dove il dato riguarda appena il 7,9% della popolazione.

Analfabeti funzionali: come riconoscerli

A differenza di quello che si possa pensare, l’analfabetismo funzionale non riguarda solo gli adulti. Come puntualizza Massimo De Donno:

“Un giovane su sei in età scolare non riesce a capire tutto quello che legge e, di conseguenza, fa fatica ad elaborare un proprio pensiero critico. A volte si tratta di un problema connaturato nel sistema scolastico, che propone un metodo di studio unico che non tiene conto delle esigenze del singolo. Con Genio in 21 giorni agiamo in modo da favorire un processo di apprendimento personalizzato, che sfrutta le peculiarità dello studente ed evita così che questo finisca nell’imbuto delle testimonianze negative dell’abbandono scolastico, andando ad alimentare le fila degli analfabeti funzionali.”

Infatti, seppure l’analfabetismo funzionale sia un problema trasversale, si possono riconoscere delle caratteristiche ricorrenti che ne definiscono il profilo, così come si può leggere nel documento I low skilled in Italia, pubblicato dall’Osservatorio ISFOL:

  • Solo il 10% degli analfabeti funzionali è disoccupato, mentre oltre il 39% non appartiene alle forze lavoro (pensionati, ma soprattutto persone che si occupano di lavori domestici e cura dei figli);
  • Sono per il 52,6% uomini e per il 47,4% donne;
  • Sul piano anagrafico, il 31,8% ha un’età compresa tra i 55 e i 65; il 9,6% ha tra 16 e 24 anni e quasi il 15% ha tra 25 e 34 anni;
  • Da un punto di vista geografico, i low skilled si concentrano tra il Sud e il Nord-est della penisola, dove si raggruppa oltre il 60%.

“Il nostro lavoro si dirige soprattutto ai giovani della fascia 16-24 anni. È su di loro che dobbiamo puntare per ricostruire il nostro tessuto sociale, per evitare che si sfaldi ma soprattutto per cercare di rendere l’Italia un Paese più competitivo a livello mondiale. La perdita di capitale umano ed economico che l’analfabetismo comporta, pesa su ognuno di noi”, puntualizza De Donno.

Genio in 21 Giorni: “Qual è il costo dell’analfabetismo funzionale per le tasche dello Stato?

Stando ai dati finora citati, soltanto il 20% della popolazione nazionale ha competenze adeguate al tipo di società complessa nella quale viviamo.

Quello che però non consideriamo, è che ogni anno di istruzione in più, varrebbe mezzo punto di PIL. Qual è la correlazione? 

Già in uno studio del 2007, Education Quality and Economic Growth, Eric Hanushek e Ludger Woessmann sostenevano che l’istruzione, in quanto capitale umano, potesse innalzare il prodotto pro capite agendo su due fronti. Da una parte, consente un aumento diretto del PIL, dall’altro influisce su questo perché permette di adottare metodi di produzione più efficienti e, quindi, più profittevoli.

“Di solito si pensa all’istruzione soltanto da un punto di vista educativo, al massimo rispetto alla qualità della vita del singolo, mentre è raro che se ne considerino le implicazioni economiche. Forse, però, mostrando le cose in questo modo, si potrebbe sensibilizzare quella parte di opinione pubblica che ragiona solo in termini di profitto”, chiosa De Donno.

Il problema è che in Italia, lo studio non è incentivato come dovrebbe e lo dimostrano due dati: laurearsi garantisce la possibilità di trovare un’occupazione, sì, ma con percentuali minori rispetto agli altri paesi OCSE; anche se si riesce a trovare lavoro, la retribuzione che percepisce un laureato non è molto diversa da quella di un diplomato.

È quanto mai necessario investire in politiche sociali ed economiche che valorizzino l’acquisizione e la specializzazione delle competenze, a favore di un approccio “lifelong learning” (apprendimento permanente), per minimizzare le perdite di quel capitale umano di cui sopra.

Cosa fa Genio in 21 Giorni contro il costo dell’ignoranza

Con questo preciso intento, nel 2018 Genio in 21 giorni ha instaurato una collaborazione con un team di ricercatori del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), a dimostrazione di un “impegno nella direzione della formazione continua e del costante perfezionamento del nostro corpo docente”, come si legge sul sito. 

Il sodalizio con il CNR nasce in seguito al convegno Ex Loqui, in cui l’ente presentava una ricerca pluriennale che aveva come scopo il miglioramento delle capacità di espressione, di apprendimento e di formazione per studenti e adulti. I lavoro metteva in evidenza una correlazione tra carenza di capacità espressive-comunicative e difficoltà di apprendimento e di studio. La soluzione proposta dai ricercatori del CNR, consisteva nella messa a punto di una serie di innovativi percorsi formativi, che Genio ha potuto inserire all’interno della sua già ampia offerta formativa.

“La mission di Genio è di far re-innamorare le persone dello studio. Il nostro impegno è quello di riaccendere le intelligenze e offrire strumenti concreti per affrontare il problema dell’analfabetismo funzionale e della dispersione scolastica. Consapevoli e grati della grandissima opportunità, abbiamo deciso di mettere a disposizione di quante più persone possibili i 3 appuntamenti con i “Fondamentali dell’apprendimento”, tecniche ed esercizi per accendere l’intelligenza, consolidare le strutture di pensiero, capire e farsi capire meglio, a cui i corsisti di Genio in 21 giorni possono invitare gratuitamente altre 2 persone”, spiega Massimo De Donno.

Si tratta di un esempio virtuoso in tema di cooperazione tra forze sociali che hanno un obiettivo comune.

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